COSA PUO' INSEGNARCI UN GALLO NERO

I festeggiamenti a Firenze per i 300 anni del Chianti Classico ci hanno suggerito (a noi) soprattutto una cosa. Non abboccare ai furbetti della globalizzazione. Non abbassare la guardia, anzi, alzarla ben bene, per farla vedere e godere nel mondo.

Non è aderendo alle sirene della globalizzazione che si conquistano nuovi orizzonti per le tante eccellenze dell’enogastronomia italiana nel mondo. Al contrario è solo difendendo, valorizzando e promuovendo le storiche e forti identità specifiche italiane e europee che si affronteranno meglio le sfide dei mercati internazionali.

È questa - a nostra modesta opinione - la lezione che si può ricavare dalla bellissima giornata di incontri e festa che sabato 24 settembre 2016 ha celebrato a Firenze i 300 anni del Chianti Classico, più esattamente i 300 anni del bando del 1716 di Cosimo III de’ Medici - “bando sopra la dichiarazione de’ confini delle quattro regioni” con il quale si delimitavano le zone di produzione del Chianti (oggi Chianti Classico), del Pomino, del Valdarno di Sopra e del Carmignano. Quattro territori dall’indiscutibile valore storico, testimone inequivocabile della loro vocazione per la produzione di vini di grande qualità.

Un convegno nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio “Terre, Uve e Vini di Toscana. A tre secoli dai bandi di Cosimo III de’ Medici”; un dibattito sui “300 anni di vino toscano nel mondo” a cui hanno partecipato autorità e rappresentanti istituzionali, addetti ai lavori, opinion leader ed esperti nazionali e internazionali del settore. In serata al Teatro dell’Opera i festeggiamenti. Il Chianti Classico candidato a diventare patrimonio dell’Unesco. E un significativo protocollo di collaborazione con i francesi dello Champagne che va ben oltre un classico gemellaggio.

Qual è dunque la lezione che si ricava da questo evento? Un pò di storia per rinfrescarsi la memoria (citazioni dalla cartella stampa).

"Il bando di Cosimo III – lui, politico lungimirante – ha costituito il primo esempio di delimitazione di zona di origine dei vini in Italia in chiave moderna, traendo origine da una lunga serie di esperienze commerciali che avevano ormai consolidato il valore qualitativo dei prodotti enologici di quei territori. Nello stesso periodo storico in ambito europeo furono gettate le fondamenta per la nascita di denominazioni destinate a posizionarsi ai vertici dell’enologia mondiale. A Bordeaux si consolidava, con già un centinaio di anni di operatività, l’istituto dei Courtiers che nel 1855 sarà chiamato da Napoleone III a stilare la Classificazione Ufficiale dei Vini di Bordeaux tuttora in vigore. Lo Champagne, disprezzato dai francesi come vino difettoso, stava muovendo i primi passi nell’Olimpo dei grandi vini, grazie a figure come Dom Perignon che morì proprio nel 1715. Anche in Germania la viticoltura si stava riprendendo dall’offuscamento dovuto alla guerra dei trent’anni.
In Italia nel 1700 si producono vini ovunque, ma le zone che possono vantare riconoscimenti qualitativi superiori, dimostrati anche dalla capacità di esportazione, sono limitate. Per la Toscana di Cosimo III il vino era già un prodotto strategico. Un Chianti (poi Chianti Classico), che nasce in zone collinari con terreni dalle caratteristiche uniche e con uve particolarmente adatte a queste condizioni. Un Pomino-Rufina, che trae dall’introduzione di vitigni francesi compiuta da Vittorio degli Albizi e dall’altitudine dei vigneti le proprie caratteristiche di eleganza e freschezza. Un Val d’Arno di Sopra dove la maturazione delle uve e il loro stato sanitario sono favoriti dall’esposizione, dai suoli e dalle correnti d’aria rinfrescanti indotte dal fiume Arno. Un Carmignano, infine, che vede l’impiego, primo in Italia, del cabernet importato come “uva francesca” da Caterina de’ Medici a metà del ‘500.

È istruttivo apprendere dai documenti di archivio gli sforzi del sesto Granduca di casa Medici per allargare la rete commerciale in campo enoico durante la Guerra di Successione spagnola (1702-1714). In quel periodo la Toscana restò neutrale, evitando i contraccolpi produttivi e commerciali degli altri paesi europei a vocazione vitivinicola coinvolti nel conflitto. Fu un decennio privilegiato per il Granducato. Una volta conclusa la guerra, però, la situazione cambiò drasticamente. A seguito degli accordi di pace firmati tra il 1712 e il 1714, i prodotti spagnoli, tedeschi e francesi furono riportati sul mercato e iniziarono i primi tentativi di contraffazione delle etichette. Questo fenomeno aumentò il danno, implicando per i vini toscani la perdita di una posizione di preminenza. Il Bando del settembre del 1716 va inquadrato in questa cornice: la necessità per la politica granducale di rilanciare i vini toscani di maggior smercio e commercialmente più a rischio. Collegato al bando di settembre, un altro decreto, datato luglio 1716, mette chiaramente in evidenza anche regole di commercializzazione e stabilisce pene per chi le trasgredisce".


Come si intuisce i nuovi problemi che affrontiamo hanno dunque una storia antica. Si pensi che il giro d’affari annuale della contraffazione enogastronomica dei prodotti italiani è di 54 miliardi di euro l’anno, il doppio praticamente dell’attuale valore delle esportazioni agroalimentari italiane, 23 miliardi di euro l’anno.
Contro le suadenti sirene della globalizzazione, cavalli di troia delle importazioni di vini e alimenti contraffatti, diciamolo chiaro! – e per fortuna in Europa qualcuno per ora è riuscito a stoppare il TTP per il cosiddetto “libero scambio” (sic!) - solo la valorizzazione e il rilancio della forza esclusiva delle forti identità specifiche italiane e europee è la risposta migliore alle sfide dei mercati. Non abbassare la guardia dunque, ma alzarla ben bene, per farla vedere e godere nel mondo.
 

LEONARDO TOZZI

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