Strozz(i)amo Marina Abramovic

Recensione con Pseudomino di un acuto osservatore delle cose fiorentine della mostra in corso a Palazzo Strozzi.

Il sonno della ragione genera mostri, ma nell’arte forse l’eccessiva presenza dell’intelligenza genera noia.

Le mie osservazioni nascono, lo ammetto, da un preconcetto: se si digita su internet “chi è contro Marina Abramovic” non si ottengono praticamente risultati se si fa eccezione per pochi folcloristici reazionari mononeuronici.

Marina Abramovic è una artista intelligente, sensibile, bella, al passo con i tempi (senza mai precorrerli) sempre sul pezzo della correttezza politica.

Aver percorso molti sentieri creativi nei 50 anni della sua carriera, essere e doversi mostrare sempre iconicamente come artista/donna/femmina, trasgressiva e spirituale, innamorata e indemoniata, carnale e immateriale, può essere il problema, soprattutto se la sua opera è vista tutto d’un colpo come nella mostra fiorentina.

Sempre culturalmente al posto giusto, dalle danze rituali, all’amore con il suo uomo (o all’opera d’arte fatta di questo amore), la cui fine è stata metabolizzata, manco a dirlo, in opera d’arte, all’utilizzo del suo corpo e del suo sangue, dei suoi seni e dei suoi capelli, all’arte/mantra abilmente imposta per lunghe e significative ore a pubblici riccamente magri e preferibilmente  vestiti di nero (ma questo non è sua colpa).

L’autolesionismo creativo (i coltelli che saettano tra le sue 10 dita fino a ferirle) e la consapevolezza della sua persona/personalità (fragilità compresa) che le permettono di interagire con gli spettatori e che le consentono di farne quello che vuole, persino “ipnotizzarli” in sedute interminabili vis a vis o spingerli a ferirla fisicamente.

Forse l’opera tra le più riassuntive di Marina Abramovic è “Balkan Baroque” (mon dieu così intelligente anche nel nome) una summa adorabilmente emblematica, opulenta e puzzolente, (guai a rischiare confusioni con la banalità estetica!) di guerra, sangue e, ça va sans dire, di compassione e femminilità erotica.

Marina è ovviamente amata dal pubblico per i brividi che procura e che ognuno può leggere al suo livello, e forse (dico forse per mia cautela) anche per questo amata, come tutta la sua opera, dai critici/curatori/istituzioni d’arte.

Torno al mio “oncle google” ed al suo colpo d’occhio acritico, globale e brutale: se digitate “Marina Abramovic opere/immagini” resterete stupiti perché nelle molte pagine a lei dedicate, vedi che ha creativamente fatto quasi tutto, forse un po’ troppo.

Veniamo alla mostra fiorentina direi che se la Abramovic è forse troppo per il mondo dell’arte, una mostra antologica a Firenze è troppissimo e pochissimo al tempo stesso.

Intanto fossi nell’artista mi darei (come per ogni antologica) una toccatina nell’antico gesto apotropaico.
E poi quale è il senso in una città dove la programmazione culturale contemporanea ha prodotto, negli ultimi anni, una serie di modeste (o peggio) spettacolarizzazioni, forse qualche cena inaugurale tra piccoli mondani e addetti ai lavori e mai nessun artista contemporaneo si sognerebbe, oggi, di venire a vivere o a produrre a Firenze?

Forse è stata convinta dagli antichi ricordi della sua giovinezza a Villa Romana, forse la naturale vanità di essere nel “cubo perfetto” del rinascimento, forse la voglia di guardarsi indietro? Non saprei, ma l’impressione e che la vitalità delle opere si dissolve in un sapore di già visto e fatto e le opere/installazioni si perdono nella loro comunanza.

“Imponderabilia” la storica installazione che obbliga (qui invita solamente)  il pubblico al passaggio tra i due corpi nudi, un maschio e una femmina, con le conseguenti scelte di orientamento culo-sesso degli spettatori (la vidi e attraversai a Bologna nel ’77) oggi, passato il tempo, modificate le regole sessuali e confusa nel percorso tra le altre cose, è teneramente “ponderabilia”.
La casa di vetro ha sempre le scale fatte di lame che rendono impossibile ogni fuga, ma oggi non c’è Marina che fugge o vuole fuggire o forse non sapremmo più dove fuggire.

Torno alla Abramovic on line dove invece funziona bene, è come se le sue opere fossero state pensate in anticipo per una rappresentazione iconica futura (e oggi reale) sul www.

Lei, Marina, dice di essere “imbecille sulla tecnologia” noblesse oblige, ma credo che proprio questa vitalità on line postuma (lunga vita a Marina of course!) rispetto alla data di creazione delle opere, sia la vera qualità dell’artista, aver cercato l’attenzione del mondo in modo spettacolare mettendo in gioco i confini della sua forte fragilità, e averla ottenuta, non è poco.

E’ interessante notare al riguardo il tipo di pubblico presente alla mostra: quasi tutti giovani e internettiani, attratti, logicamente e giustamente, dagli aspetti interattivi delle installazioni come in un grande gioco.
Forte è l’impressione che, attraverso questo allestimento, nulla o quasi possano capire o intuire dello sforzo, fatica, rischio e intelligenza, che sono comunque serviti e stati necessari per realizzare e spesso incarnare ognuna delle performances/opere d’arte.

Palazzo Strozzi sembra inadatto a questa operazione, anzi sembra creare una confusione che appare non voluta e penalizza la forza delle diverse opere. L’illuminazione (forse volutamente?) piatta e banale fa il resto.

La santona dell’arte (lo dico con grande considerazione), probabilmente in buona fede, si espone, come deve fare ogni santone che si rispetti, all’amore/paura/attrazione dei suoi fedeli, ma gli anni sono passati e, in aggiunta, come per altre operazioni fiorentine di arte contemporanea, pesa la modesta consapevolezza da parte degli organizzatori del contesto globale (oggi indispensabile soprattutto nell’arte) che quindi non produce i risultati necessari.

Il manifesto della mostra fiorentina (forse l’opera migliore) sintetizza “Marina Santa dell’Arte” e icona di sé stessa, aggiungerei una raccomandazione: non fatelo a casa, può essere pericoloso!

Tom Hammer

 

 

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giovedì 29 novembre 2018

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